Non avevo mai pensato all’attenzione alla bellezza come forma di resistenza prima di conoscere Zadi, una signora algerina che da anni vive e lavora in Francia. Parlare con lei mi ha fatto riflettere sulla grande differenza tra la cura della bellezza delle donne islamiche ed il culto della bellezza a cui siamo abituati noi europei.

Zadi mi ha raccontato di quanto nel suo paese l’attenzione alla bellezza ed alla sua cura facciano parte di una sapienza antica, in cui non si tratta di misurarsi ed adeguarsi a canoni imposti dalla moda del momento ma di praticare, attraverso rituali e quotidiani gesti, una cura del corpo che è miglioramento e valorizzazione della propria unicità e consapevolezza dell’essere donna. Va da solo che questo è “rivoluzionario” in ambiti in cui il tentativo del potere è di cancellare la bellezza delle donne e del mondo.
“Mia mamma, racconta Zadi, ha quasi ottant’anni ed ancora si trucca e questo a mia figlia, che è nata e vissuta in Francia, pare buffo e quasi ridicolo. E’ invece una forma di rispetto di sé che mai è stata vanità e tantomeno mezzo di seduzione”.
La conoscenza dei metodi per praticare la bellezza si trova, nel mondo femminile islamico, pressoché in ogni ceto sociale e si tramanda di generazione in generazione. Sono ricette di acque profumate ai fiori, di hennè, argille e sapone nero, di cere depilatorie o insegnamento di uso del “filo”. Pratiche di bellezza sono la cura dei capelli, la depilazione del corpo, il disegno delle sopracciglia, il trucco degli occhi… fino alle perline ed i pizzi che incorniciano i foulards.
Considerare la bellezza in una dimensione etica invece che estetica fa una grande differenza: significa considerare la bellezza un valore per sé e non per gli altri e un atto di rispetto nei confronti delle altre donne.